Storia

Un po’ di storia…

A Caserta, in Via Mazzini, a pochi passi dalla splendida reggia borbonica celebre in tutto il mondo per la sua bellezza, si trova il negozio Ianniello. Fondato nel 1831 dal bisnonno dell’attuale titolare Giuseppe Ianniello, è stato sempre famoso per la fabbricazione di cappelli in feltro ed ombrelli in seta di S. Leucio, importante setificio voluto da re Ferdinando di Borbone.

Nel 1800 nel negozio oltre a offrire alla propria clientela composta da membri della Casa Reale e famiglie più in vista della città le famose Tube e Gibus si potevano trovare mantelle, redingote, camicie e colletti rigidi, ghette,ombrellini da passeggio in seta pura ricamata e così via.

Negli anni Venti l’attività si trasferì nell’attuale sede divenendo un’azienda; la scelta di cambiare zona si rivelò felice perchè contemporaneamente si inserì anche la confezione di capi sartoriali, affidati alla capacità di qualificati sarti, la clientela più esigente trovava nella Sartoria Ianniello il luogo ideale dove impreziosire il proprio guardaroba di capi unici ed esclusivi.

Nel tempo l’azienda è stata insignita di vari riconoscimenti tra cui la fedeltà al lavoro con medaglia d’oro nel 1906, nel 1952 e nel 1987, e con il riconoscimento del Rotary International Club di Caserta per il “Lavoro nella tradizione Casertana” nel 1998.

Da allora molti anni sono passati,molte mode sono cambiate ma l’azienda è sempre attenta a soddisfare i desideri della clientela,allargando l’offerta di capi da uomo anche alle signore con abiti firmati da famosi stilisti, ancora oggi il servizio sartoriale è curato da qualificati maestri camiciai e qualificati sarti, gli abiti sono realizzati esclusivamente con tessuti Ing.LoroPiana E.Zegna. Cerruti. Piacenza e le camicie con stoffe di Albini, Thomas Mason, Testa. Il reparto Abiti cerimonia uomo offre una vasta scelta di Tighit-Frack-Smokung-mentre le signore possono trovare abiti da gran suar .Gli amanti dei cappelli possono recarsi al reparto cappelleria Ianniello1831  al piano terra che è uno dei più forniti in Europa con più di 10.000 modelli con le marche prestigiose come Borsalino, Kangol,City sport e altre. Da Ianniello troverete la cordialità di sempre e l’esperienza di anni di lavoro tramandati in quattro generazioni.

dal Il Mattino

La Reggia di Caserta

 

La storia della Reggia ha inizio il 28 agosto del 1750, quando Carlo di Borbone, re delle Due Sicilie da 16 anni, acquista dagli eredi della famiglia Caetani Acquaviva il territorio pianeggiante, ai piedi dei Monti Tifatini, dove si trovavano un piccolo villaggio ed una torre piramidale, un “torrazzo”, precisamente. Il costo di quella transazione tolse alle casse regie ben 489.343 ducati (come si rileva dai documenti dell’epoca), ma la spesa venne ritenuta necessaria per la realizzazione di un progetto che da tempo il sovrano accarezzava: la “riorganizzazione militare ed amministrativa del regno” (come scrive l’architetto Gian Marco Jacobitti, Sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici di  Caserta in una sua opera). Una iniziativa che non voleva limitarsi ad edificare una reggia che competesse per splendore con quella di Versailles, ma che puntava a dare al regno una nuova capitale, lontana dal mare e dalle offese che da questo potevano venire, come era stato dimostrato dalla flotta inglese nel 1742, quando questa aveva minacciato di bombardare Napoli (e come avverrà oltre mezzo secolo dopo, quando ad ormeggiare nelle acque si presenterà Nelson con le sue cannoniere per costringere alla resa i capi della Repubblica Partenopea del 1799 ed impiccare al più alto pennone della sua ammiraglia Francesco Caracciolo). 

Una città nuova, insomma, della quale il Palazzo Reale costituisse il centro propulsore ed amministrativo. Un progetto ambizioso, per il quale si rendeva necessario assumere un architetto all’altezza del compito, cui dovettero rinunziare Ferdinando Fuga (impegnato oltre ogni limite all’Albergo dei Poveri ed alla maestosa antistante piazza) e Nicola Salvi (che stava lavorando alla pontificia Fontana di Trevi). Fu proprio dal Papa – Benedetto XIV – che Carlo di Borbone, destinato a salire al trono di Spagna col nome di Carlo III, ricevette il consenso e l’autorizzazione ad assumere un architetto napoletano, di origine olandese, che stava lavorando alla preparazione del Giubileo del 1750: Luigi Vanvitelli. I contatti ebbero inizio nello stesso 1750, quando il già cinquantenne Vanvitelli presentò al Borbone i suoi piani. Nel 1751 il progetto fu ufficialmente presentato al re, del quale ottenne consenso ed approvazione. Poco meno di due anni e mezzo dopo la transazione con i Caetani Acquaviva, e precisamente il 20 gennaio del 1752, veniva posata la prima pietra dell’opera. Frano presenti il re e sua moglie Amalia di Sassonia, il ministro Tanucci, il Nunzio Apostolico e numerosi dignitari. Sette anni dopo, con i lavori in pieno fermento, Carlo lasciava la sua Napoli per trasferirsi a Madrid come sovrano di Spagna. Nel 1773 moriva Luigi Vanvitelli e la costruzione non era ancora ultimata; soltanto nel1847, adistanza, quindi, di quasi un secolo dalla posa della prima pietra, veniva ultimatala Saladel Trono: l’opera poteva considerarsi compiuta, anche se con qualche rimaneggiamento rispetto all’originario disegno vanvitelliano, dovuto non tanto alla morte del grande architetto, cui era succeduto il figlio, chiamato Carlo in onore del sovrano, quanto al “diminuito interesse” (come scrive il Soprintendente Jacobitti) scaturito dalla partenza di Carlo di Borbone e dagli impegni spagnoli che lo distraevano dal ricordo e dalla nostalgia della “sua” Napoli e della “sua” Caserta. 

La Reggia, in ogni modo, si poneva come cuore pulsante della nuova capitale vagheggiata da Re Carlo: un impianto urbanistico moderno, una città-corte che competesse con Versailles e costituisse simbolo di prestigio della Casa Borbonica per magnificenza, per monumentalità, per volumetrie e per estensione. Una città che andava sorgendo, a mano a mano, intorno all’antico “torrazzo” degli Acquaviva ed al loro cinquecentesco palazzo, richiamando abitanti della zona e, soprattutto, quelli della vicina, antica Casa Hirta (oggi Borgo Medioevale di Casertavecchia). Un impianto urbanistico che regge perfettamente anche oggi, a distanza di oltre due secoli dalla sua progettazione, e che tuttora esalta la funzione del Palazzo Reale e del suo Parco.La Reggia, sulla scorta dei meticolosi documenti contabili di Corte, costò una cifra enorme per l’epoca: ben 6.133.507 ducati, dodici volte e mezzo il costo di tutto il territorio ceduto dagli eredi degli Acquaviva, ed impegnò un numero imprecisato – ma certamente altissimo – di maestranze, tra le quali schiavi e galeotti musulmani “catturati dalle navi regie sul Mediterraneo o lungo la costa libica” (Gian Marco Jacobitti). Accurata fu la scelta dei materiali: il tufo da San NicolaLa Strada, il travertino da Bellona (la famosa “pietra di Bellona”), la calce da San Leucio, la pozzolana da Bacoli, il laterizio da Capua, il ferro da Follonica, il marmo grigio da Mondragone e quello bianco da Carrara. 

La pianta del palazzo è rettangolare, con i lati di metri 247 e 190, un perimetro di874 metri, un’altezza di41 metri, una superficie di oltre44.000 metri, e una volumetria di quasi 2.000.000 di metri cubi. L’area interna è divisa in quattro per altrettanti cortili e con due corpi di fabbrica che si intersecano ad angolo retto. Ognuno dei quattro grandi e splendidi cortili ha gli angoli smussati da un taglio a 45 gradi, e questo accorgimento, insieme con le geniali intuizioni di Vanvitelli, contribuisce ad evitare le rozze squadrature che sarebbero state inevitabili per la mole dell’edificio, “rendendo l’architettura più fluida e meno massiccia di quello che potrebbe apparire a prima vista” (Gian Marco Jacobitti). Alla Reggia Vanvitelli progettò un accesso da Napoli altrettanto monumentale e maestoso, con un grande vialone (oggi Viale Carlo III) che si innesta su un doppio emiciclo che forma la grande Piazza Vanvitelli, e dal quale si scorge, fin da lontano, la facciata della costruzione, che appare d’un delicato rosa che si sta-glia sull’azzurro del cielo ed il verde delle colline. Oltre ai cortili ed agli altri spazi creati dall’intersezione dei corpi di fabbrica, il Palazzo Reale comprende 1.200 stanze con 1.742 finestre (245 delle quali si aprono nella facciata). Struttura polifunzionale nel progetto vanvitelliano,la Reggiadoveva comprendere, oltre agli alloggi reali, gli alloggiamenti della truppa, gli uffici amministrativi, la cappella, il teatro: dei 1.200 vani soltanto 134, infatti, erano destinati alla famiglia reale. 

La Reggiadi Caserta appartenne alla Casa Borbone per oltre un secolo: dal 1752 al 1860, anno in cui passò ai Savoia. Un decreto ministeriale la attribuì al demanio dello Stato Italiano nel 1919. La vicenda della Reggia di Caserta si sovrappone perfettamente al tracciato storico degli oltre due secoli della sua vita. Vanto, orgoglio e fasto dei Borbone all’inizio, controllata per brevissimo tempo dalla Repubblica Napoletana nel 1799 e nello stesso anno riappropriata al Borbone fino al 1805, quando le sorti di Napoleone portarono il condottiero corso a dominare l’intera Europa e ad assegnare prima al fratello del Bonaparte, Giuseppe, e poi, nel1808, aGioacchino Murat il Regno delle Due Sicilie, tornò alla Casa Borbone con la caduta delle aquile napoleoniche ed il susseguente Congresso di Vienna nel 1815. Seguì il periodo Savoia dal 1860 al 1919. Dal 1926 e negli anni che precedettero e videro lo svolgersi del Secondo Conflitto Mondiale, e fino al 1943, ospitò l’Accademia dell’Aeronautica Militare Italiana. Il 14 dicembre del 1943, dopo lo sbarco degli Alleati a Salerno, fu occupata dalle Armate Alleate. Il 27 aprile del 1945 accolse i plenipotenziari che vi firmarono la resa delle armi germaniche in Italia. Nel luglio del 1994, infine, ospitò per una cena offerta dal Presidente della Repubblica i Capi di Stato in occasione del Vertice G7. Attualmente ospitala Soprintendenzaai Beni Ambientali Artistici Architettonici e Storici di Caserta (cui è affidata in consegna), l’Ente Provinciale per il Turismo di Caserta,la Societàdi Storia Patria,la Scuola Superioredella Pubblica Amministrazione,la Scuola Sottufficialidell’Aeronautica Militare ed alcuni alloggi di servizio. 

Il genio di Vanvitelli si rivela nell’architettura dell’imponente complesso, che occupa uno spazio immenso e consta della grande Piazza antistantela Reggia, il Palazzo Reale, il Parco e il Giardino Inglese. Quanto all’architettura, il Soprintendente Gian Marco Jacobitti – architetto anch’egli – rileva che “è notevole la continuità di un asse prospettico” ottenuto attraverso la sequenza dei vari elementi: il Viale Carlo III,la Galleriadel Palazzo, il Viale del Parco, la grande Cascata. Così, ancora, l’architetto Jacobitti descrive la costruzione in un’opera edita nel 1992 dall’Editoriale Museum di Roma: “Il prospetto anteriore della Reggia, eseguito parte in travertino e parte in laterizi, si sviluppa su uno schema orizzontale composto da un basamento a bugnato e da un maestoso ordine com-posito cui fa da chiusura, in alto, un attico realizzato alla maniera classica, aperto in piccole finestre e coperto da un cornicione sormontato da una balaustra. Ai due angoli e nella parte centrale, la facciata viene leggermente più avanti, evidenziando l’ingresso principale e le due estremità del fabbricato. Il movimento ad arco della porta centrale è ripetuto nella parte superiore da una nicchia aperta tra finestre con timpani triangolari e coppie di colonne scanalate”. Luigi Vanvitelli (Napoli, 26 maggio 1700-Caserta, i marzo 1773), che aveva lavorato per lo Stato Pontificio ed aveva realizzato nelle Marche ed a Roma opere di grande impegno, aveva ereditato dal padre Gaspare (dal cognome, Van Wittel, ancora nella grafia originaria) l’amore per la pittura, cui era stato dapprima indirizzato. Ben presto, però, si sviluppò e prevalse il richiamo dell’architettura, della quale ebbe una visione personale cui molto dovettero incidere, quanto a senso armonico e grandiosità, gli studi proprio della pittura ed il ricordo dei quadri del padre Gaspare. Suo maestro fu Filippo Juvara, autore, tra le altre opere, della Basilica di Superga, dell’esterno del Palazzo Reale di Madrid e della Sacrestia di San Pietro; e da Juvara trasse gli elementi dell’architettura classica. Da solo, poi, proseguì gli studi osservando e misurando scrupolosamente i monumenti di Roma, appassionandosi a Vitruvio ed ai trattatisti del ’500 e, finalmente, eseguendo i primi progetti: il restauro del Palazzo Albani e delle chiese di San Francesco e di San Domenico a Urbino. In collaborazione eseguì l’Acquedotto di Vermicino (e questa esperienza si rivelerà fondamentale per la realizzazione del grande Acquedotto Carolino, lungo41 chilometri, per alimentarela Cascatanel Parco della Reggia di Caserta). Pur legato culturalmente ai progetti di Juvara, di Borromini, di Bernini, Vanvitelli sviluppò una propria originale visione architettonica, e l’incarico offertogli da Carlo di Borbone gli fornì l’occasione per metterla in pratica in maniera grandiosa. Le reminiscenze barocche, i modelli di Borromini, di Guarini e di Bernini che affiorano nel progetto del Palazzo Reale di Caserta non prevalgono sulle intuizioni vanvitelliane e non turbano l’unità dell’insieme: l’unicità dell’opera vanvitelliana rivela la forte personalità dell’architetto e costituisce le basi del gusto neoclassico che si affermerà negli anni a venire. C’è, semmai, da dolersi del fatto che la morte lo abbia colto prima che potesse portare completamente a termine – ed a suo modo – siala Reggiae sia, soprattutto, il progetto dell’avveniristica città di Caserta, che avrebbe precorso di un secolo le conquiste urbanistiche della seconda metà dell’Ottocento ed influenzato quelle dei giorni nostri. Nel Museo dell’Opera, allocato nella Reggia, possono essere ammirati i disegni originali del Vanvitelli ed avere una veduta d’insieme e completa dell’opera come egli l’aveva immaginata; mentre la visita alla Reggia ed al Parco è paradigmatica per constatare, vivendone gli spazi, quanto grandiose siano state le intuizioni del genio vanvitelliano

San Leucio

 

 

Prima ancora che prendesse il nome attuale, vi era un feudo dei conti Acquaviva di Caserta noto come Palazzo del Belvedere o Palagio Imperiale descritto nel 1667 da Celestino Guicciardini. Annesso vi era anche un casino da caccia che fu restaurato poco più tardi da Francesco Collecini. Nel 1750, i possedimenti degli Acquaviva passarono ai Borbone di Napoli, ed il feudo divenne un romitorio per i reali Stanco del caos e degli intrighi della corte reale casertana, tuttavia, nel 1773 Carlo di Borbone volle costruirsi un ritiro solitario dove poter trascorrere del tempo spensierato. Scelse le colline che fiancheggiavano il Parco di Caserta dove già sorgeva un rudere di una cappella dedicata a San Leucio, il martire brindisino, dal quale prese il nome .

Il romitorio comprensivo di una vigna e di un boschetto, era frequentato dal re per brevi periodi, dopodiché era custodito da alcuni guardiani di stanza con le proprie famiglie. Il 17 dicembre 1778, tuttavia, accadde un fatto inusitato che determinò il destino della colonia. Il primogenito del re ed erede al trono, Tito Livio, morì in un incidente di caccia. Il re, scosso dall’evento, decise di erigere un ospizio per i poveri della provincia presso il quale assegnò un opificio per non tenerli in ozio, all’uopo fece giungere sul posto delle imprese dal nord Italia tra le quali la Brunetti di Torino La colonia crebbe rapidamente così che si decise di costruire ulteriori edifizi per migliorarne le funzionalità tra i quali una parrocchia, degli alloggi per gli educatori e dei padiglioni per i macchinari. L’organizzazione era affidata ad un Direttore generale affiancato da un Direttore tecnico che monitorava la condizione degli impianti. L’istruzione tecnica degli operai era affidata al Direttore dei Mestieri ciascuno per ogni genere. Si voleva in tal modo riprendere l’idea dell’organizzazione “colbertina” francese

Le commesse di seta provenivano da tutta l’Europa: ancor oggi, le produzioni di San Leucio si possono ritrovare in Vaticano, al Quirinale, nello Studio Ovale della Casa Bianca: le bandiere di quest’ultima e quelle di Buckingham Palace sono fatte con tale materiale. Si ritrovano testimonianze dell’arte anche nelle celebrazioni e nelle festività popolari, specialmente nel capoluogo partenopeo, come ad es. la festa di Sant’Anna a Porta Capuana e la Madonna del Carmine nell’omonima Basilica al Mercato

Il re Carlo di Borbone, consigliato dal ministro Bernardo Tanucci, pensò di inviare i giovani in Francia ad apprendere l’arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Licenziato il Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla colonia. fu così costituita nel 1778, su progetto dell’architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi che si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie.

 

Ai lavoratori delle seterie era, infatti, assegnata una casa all’interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l’istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell’obbligo d’Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l’economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti ma con un orario ridotto rispetto al resto d’Europa. Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell’epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall’inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.

Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito uno speciale “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano il giorno di Pentecoste con una celebrazione particolare: ad ogni coppia era assegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne, fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio[2]. Ciascuno era libero di lasciare la colonia quando voleva ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di inibire tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno in colonia oppure riducendo al minimo le liquidazioni.

 

La produttività era garantita da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto. La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall’Assise degli Anziani, cd. seniores, che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza ed erano di nomina elettiva[. I seniores monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché sulle espulsioni dalla colonia.

Per contrastare la concorrenza straniera, i leuciani si aprirono al mercato dell'abbigliamento con la produzione di maglie, calze, broccati e velluti. Così seguendo la moda francese, si passò dai pekins ai tulle, dai chines ai reps[1]. La fortuna delle produzioni leuciane è ampiamente documentata fino alla prima metà dell’800 quando l’impianto ebbe l’esclusiva sullo straordinario tessuto “fili di vetro” scoperto da Gio. U. Ruforf
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Il re Ferdinando IV di Borbone progettò di allargare la colonia anche per le nuove esigenze industriali dovute all’introduzione della “trattura” della seta e della manifattura dei veli, quindi per costruirvi una nuova città, da chiamare Ferdinandopoli, concepita su una pianta completamente circolare con un sistema stradale radiale ed una piazza al centro per farne anche una sede reale. Non vi riuscì ma nei quartieri annessi al Belvedere mise in atto un codice di leggi sociali particolarmente avanzate, ispirate all’insegnamento di Gaetano Filangieri e trasformate in leggi da Bernardo Tanucci.

Ferdinando IV preferiva San Leucio in modo particolare e vi organizzava spesso battute di caccia e feste condivise con la stessa popolazione della colonia. Il sovrano firmò nel 1789 un’opera esemplare che conteneva i principi fondanti della nuova comunità di San Leucio: Origine della popolazione di San Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa di Ferdinando IV Re delle Sicilie conosciuti più comunemente come gli Statuti di San Leucio. Tale codice, voluto dalla consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, fu scritto dal massone Planelli su ispirazione di Mario Pagano e di altri illuministi[2] e fu pubblicato dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari. Il testo, in cinque capitoli e ventidue paragrafi, rispecchia le aspirazioni del dispotismo illuminato dell’epoca ad interpretare gli ideali di uguaglianza sociale ed economica e pone grande attenzione al ruolo della donna.

 

Diverse opportunità erano offerte anche agli invalidi del lavoro che potevano rimanere in loco dopo l’infortunio; per questi fu progettato un ospizio apposito, la “Casa degli infermi”, che però non fu possibile portare a compimento a causa della discesa di Napoleone Buonaparte in Italia e della nascita della Repubblica Partenopea nel 1799[2]. Pertanto, gli invalidi continuarono a sopravvivere grazie a delle donazioni spontanee dei lavoratori diplomati al merito, raccolti in un’apposita cassa dai seniores. Gli operai addetti alla coltivazione dei campi, invece, potevano vendere una parte del raccolto al mercato in base ai prezzi stabiliti dal sovrano.Nel 1789 Lady Elisabeth Craven, moglie di Lord Craven, magravio di Anspanich, soggiornò per qualche settimana a Caserta scrivendo le sue memorie nel Portrait du Roi Ferdinand che fu pubblicato a Londra nel 1826: «mi fornì spiegazioni non pure su tutte le regole dello stabilimento ma fin più intricati congegni meccanismi che rendevano quel lavoro più agevole». Tra il 1790 e il 1796 anche Giuseppe Galanti, allievo di Antonio Genovesi, si soffermo sul posto: «il più lodevole in questa costituzione è che nulla si fa per forza. L’onore ed altri piccioli problemi debbono bsatare a far osservare le leggi».In seguito alla Restaurazione il progetto della neo-città fu accantonato, anche se si continuarono ad ampliare industrie ed edifici, tra cui il Palazzo del Belvedere. Nel 1824 il governatore Antonio Sancio fece erigere una statua del Re che oggi è visibile al Museo ferroviario di Pietrarsa. Nel 1826 su ordine del ministro card. Fabrizio Ruffo si decise di aprire una manifattura di pellame che però non riscosse il successo desiderato tanto da rischiare di far andare in malora l’intera colonia. Nel 1834 i Borbone decisero di costituire una società insieme a dei privati, tale fu la configurazione organizzativa fino all’Unità d’Italia. Nel 1862, nonostante lo sviluppo della produzione e il perfezionamento del nuovo tessuto “Jacquard”, i Savoia ne decisero la chiusura, riaprendola poi appena quattro anni dopo, ma concessa ancora in locazione ad imprese private.

 

Nel 1976, in occasione del bicentenario della fondazione, si iniziò a guardare a San Leucio con maggiore attenzione, grazie al lavoro di ricerca compiuto dal Politecnico di Milano in collaborazione con la Pennsylvania University. Nel 1981 il luogo entrò nell’orbita del finanziamento della legge Scotti-Signorile sugli itinerari turistici ma solo tre anni dopo fu possibile aprire il cantiere grazie anche ad un concorso di idee sponsorizzato dalla Fiat. Dopo 15 anni di lavori e la spesa di 55 miliardi di vecchie lire, è stato possibile nel 1999 recuperare gli spazi funzionali con l’inaugurazione del Leuciana festival.

 

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